CAPORETTO — UN MUSEO PER NON DIMENTICARE

Oggi Caporetto è un bellissimo borgo della Slovenia; uno di quei luoghi che invita il viaggiatore a sedersi su una panchina o sui gradini di un edificio e godersi, in silenzio, il sole tiepido, l’aria fresca e buona, la vista del Monte Nero (che oggi è meta dei pastori con le loro mandrie, ma che fu una vetta chiave di quella “guerra verticale” che fu la Grande Guerra in questa regione: e infatti a esso è dedicata la celebre canzone degli alpini “Monte Nero”). La Prima Guerra Mondiale, “l’inutile strage” che costò la vita a decine di milioni di persone, ha in Caporetto uno dei suoi simboli più potenti. Non soltanto per gli italiani, che nella battaglia di Caporetto conobbero la loro più dura sconfitta, ma per i tedeschi e gli austriaci, che con Caporetto inflissero al Regno d’Italia ex alleato il colpo più travolgente (non a caso a Vienna e Berlino parlarono di “miracolo di Caporetto”).
foto: Museo di Caporetto

In sloveno Caporetto si dice KobaridPer molti vacanzieri europei la località è sinonimo di natura e relax, con l’Isonzo che smeraldisce impetuoso come un fiume da leggenda illirica, ma per molti altri (scolaresche, appassionati di storia, soldati, capi di Stato, cittadini sensibili) Kobarid è il Kobariški muzej, dedicato alla tragedia della guerra. Si tratta di un museo particolare: a differenza di altre istituzioni sparpagliate per il Vecchio Continente, questo non è schierato né con i vinti né con i vincitori, e non ha nulla di celebrativo o elegiaco. È un museo che vuole far riflettere: su quanto sia dolce la pace, e quanto orribile la guerra.

“Il museo di Caporetto non è un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico – si legge nel prezioso libro di viaggio (ma in realtà è molto di più) “Caporetto; Andata e ritorno” di Paolo Paci -. In prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce, esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: Maledetta guerra!”. A dirigere il museo, che Lovely Trips racconta in Italia, è il signor Jože Šerbec. 65 anni, originario della Slovenia orientale, una formazione da giurista alle spalle, è direttore da ventidue anni. In questo post ho brevemente conversato con lui.

Da esperto legale a direttore di uno dei musei più premiati d’Europa. Cosa l’ha portata qui?

La ragione per cui mi trovo qui è che il padre di questo museo, l’uomo che per primo ebbe l’idea, per trasformare questa sua idea in una realtà chiamò a raccolta le persone che pensava fossero in grado di implementare il progetto. In quel periodo ero in una nuova fase della mia vita lavorativa, e mi chiedevo: “Cosa dovrei fare in futuro?”. Pertanto la mia decisione non fu né semplice né facile, ma non rimpiango la scelta.

Questo museo ha una storia molto interessante, è vero?

Sì, è vero. All’inizio questo progetto non aveva grandi ambizioni, l’edificio era rimasto vuoto dopo il terremoto del Friuli del 1976 e un sacco di gente si chiedeva cosa fare di questo spazio che era stato quasi distrutto dal terremoto ma che era stato ricostruito. L’idea di usarlo come museo era comunque eccellente, diciamo che la nostra ambizione all’inizio era soltanto mostrare ai tanti turisti una parte di storia slovena che era stata quasi dimenticata sotto il regime socialista. Inizialmente eravamo una strana associazione turistica, mentre ora siamo nella lista ufficiale dei musei sloveni, e svolgiamo un servizio pubblico di testimonianza della Prima Guerra Mondiale su tutto il territorio nazionale.

Avete vinto un sacco di premi…

Questo museo ha vinto il principale premio sloveno al terzo anno di esistenza, e l’anno dopo siamo stati premiati con l’EMYA, cioè lo European Museum of the Year Award, che abbiamo condiviso con un grosso museo archeologico di Istanbul. Certo, il nostro è un museo di storia internazionale, Caporetto è stata importante sia per gli austriaci e i tedeschi, sia per gli italiani, che hanno trasformato questa battaglia in sinonimo di disfatta.

Certo, Caporetto è considerata da milioni di italiani come una pagina nera della loro storia. Mi può raccontare brevemente in cosa consistette questa battaglia?

Dopo 11 grandi battaglie con gli italiani le difese dell’Impero austro-ungarico si trovavano in una posizione molto difficile, si stimava che nella primavera del 1918 le difese dell’Impero sarebbero collassate e la strada per Lubiana, Maribor e infine Vienna sarebbe stata aperta. Ecco perché l’Impero chiese aiuto alla Germania, ci fu un massiccio uso di gas, e nel settore ci fu un crollo della linea del fronte in tre giorni. Seguì la ritirata delle forze italiane sino al Piave; a quel punto la situazione era cambiata davvero molto per le truppe italiane, dato che non combattevano più su suolo austriaco ma in terra italiana.

foto: Museo di Caporetto

Il suo museo, oltre a un ruolo scientifico, ne ha anche uno morale.

Sì. Giustamente le autorità europee in materia di museologia hanno riconosciuto che il museo è del tutto neutrale, e che non fa alcuna preferenza. Forse è per questo motivo che il museo è accettabile pure per gli italiani, che con quella parte di storia hanno una relazione particolare. Del resto, negli ultimi dieci anni molte scuole italiane sono venute a trovarci. Questo significa che i professori hanno capito che la nostra esposizione è così oggettiva da poter essere visitata dalle nuove generazioni.

Il mestiere dello storico, del resto, richiede un atteggiamento neutrale.

Certo, assolutamente. Noi godiamo di una posizione privilegiata, dato il territorio in cui ci troviamo e le persone che hanno fondato il museo. Forse contribuisce anche il fatto che il museo non è stato creato da uno stato o da un esercito. Quando c’è questo tipo di sostegno talvolta si è vicini a glorificare certi eventi, perfino la guerra, cosa alquanto pericolosa.

In alcuni paesi europei si dice che “con la cultura non si mangia”. Qual è l’impatto del museo sull’economia locale?

La nostra situazione è completamente diversa. Mediamente i musei sloveni, specie quelli di tipo nazionale, ricevono una parte significativa del loro budget dal budget statale. Comunque, il 90% del nostro reddito dipendente dai biglietti, e nessuno capisce come questo sia possibile, neanche la comunità locale che ci sostiene simbolicamente con alcune centinaia di euro ogni anno. In ogni caso l’effetto del museo sull’economia locale, specie per quanto concerne il turismo, è abbastanza significativo.

foto: Museo di Caporetto

È vero che il museo è aperto tutto l’anno?

Sì, è aperto perfino il 1° gennaio. Certo, lasciamo dormire la gente fino alle 12, ma poi apriamo anche quel giorno!

Quali sono le foto, gli oggetti che ogni visitatore secondo lei dovrebbe vedere?

Esponiamo artefatti della Grande Guerra di grande Potenza espressiva. Dato che lei mi chiede, posso menzionarle le porte della prigione militare della 46ª Divisione italiana: nella loro parte interna lei può vedere le scritte lasciate dai prigionieri, che erano italiani, austriaci, russi. Abbiamo anche delle istallazioni, e un documentario di 20 minuti che tutti dovrebbero vedere. Al secondo piano invece si spiega la tattica dell’ultima battaglia dell’Isonzo, c’è un’animazione che in 3 minuti e 16 secondi spiega 52 ore di battaglia con i colori, i simboli, le linee di difesa, gli spostamenti delle unità e così via…

Nel suo museo ci sono anche impressionanti foto di soldati mutilati. Lei pensa che il suo museo possa essere una sorta di vaccino contro il militarismo?

Purtroppo la stupidità dei politici è grande e non ha limiti, specie ultimamente. Sappiamo che i musei e i libri sono armi potenti contro il militarismo, ma non abbastanza da impedire guerre, sofferenze, massacri.

Vi rivolgete soprattutto ai giovani, è corretto?

Sì, questo museo è dedicato principalmente alle generazioni più giovani, e alla gente comune, che per natura è contraria alla guerra.

https://kobariski-muzej.si/ita/

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